Tom Waits – A Small Affair In Ohio (live 1977)

A Small Affair In Ohio
FM Radio Broadcast
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Those were the years! In quegli anni Tom Waits fu una specie di asso pigliatutto, rappresentò un modello di eccessi e ribellione, con la sua figura che fece quasi da contraltare alla rabbia del punk, almeno da questo lato del fiume, ovvero impersonificò l’alfiere di certa musica folk d’autore contaminata in modo quasi selvaggio con jazz, blues, il rap figlio di quel Gill Scott-Heron, maestro del parlato inserito nella melodia. Non poteva che essere così, vista la qualità dei dischi di Waits all’inizio di carriera, è difficile trovare una sequela di autentiche bombe sonore, quale quella che scaturì dalla penna rabbiosa del cantattore di Pomona, che vanno dal folgorante debutto di Closing Time (1973) e proseguono almeno sino a Franks Wild Hears (1987), una decina di album impressionanti, prodotti in circa quattordici anni (un artista più accorto ci avrebbe costruito un trentennio di carriera, ma si sa, all’urgenza non si comanda).

Qui siamo nel 1977, Tom aveva appena finito di registrare Foreign Affairs (purtroppo amato forse più dai fan che dalla critica) mentre ancora doveva finire di “macinare farina” l’ottimo Small Change dell’anno prima. La registrazione avviene al The Agorà di Cleveland (OH), per una trasmissione FM mandata alla radio WMMS, la qualità è superba, il pubblico è “presente” ma assolutamente non disturba, anzi spinge il nostro a dare il meglio di sé. Waits è nel periodo autodistruttivo, condiviso da quell’anno con la musa ispiratrice Rickie Lee Jones, suona tanto, fuma assai, beve moltissimo e si concede anche tutti i rimanenti vizi, compresi quelli più pericolosi, la sua voce sembra essere prodotta da corde vocali inserite in una gola che si è mangiata un contrabbasso; è potente, dura e anche sbiascicata, già a tratti la si avverte più precaria rispetto a quella “alcoolica e fumosa” di Nighthawks at The Dinner, magnifico doppio album registrato anch’esso live (1974). Le canzoni, come si era soliti fare, non provengono dal nuovo album bensì dal precedente o meglio ce ne è solo una I Never Talk To The Stranger tratta da Foreign Affair mentre le altre nove appartengono aalle sessions di Small Change, quindi il titolo del disco appare simpaticamente inappropriato in quanto molto più Small che Affair. I musicisti che lo accompagnano sono la band dell’epoca ed hanno punto di forza nel sax tenore, strepitoso, di Frank Vicari, mentre la ritmica è affidata ai bravi Chip White ai tamburi e Dr. Fitzgerrald, al contrabbasso.

Waits appare sobrio e simpatico ma più “composto” rispetto ad altre registrazioni, le prime emozioni arrivano con il secondo brano, la “nuova” e intima I Never Talk To The Stranger, uno dei migliori momenti di interplay tra piano e sax del disco. Poi si passa a The One That Got Away secondo alto momento compositivo-esecutivo, voce e contrabbasso si rincorrono con inserti di vibrafono e sax emozionanti, il tutto a sostegno della voce arruffata di Tom. Si passano in rassegna poi anche gli altri classici come una Depot Depot abbastanza modificata, brilla il piano con la voce da orco su Jitterbug Boy, e soprattutto in una dolcissima Invitation To The Blues che si fonde e si inscatola meravigliosamente in Eggs & Sausage, altri bei momenti per un disco del quale l’unica nota stonata è la lunghezza, cinquanta minutini striminziti, comunque tra i live inediti questo è quello sicuramente da mettere sullo scaffale.

Gianni Zuretti

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