Max Meazza – West Coast Hotel (2006)

MAX MEAZZA
West Coast Hotel
Desolation Angels / IRD  

A metà degli anni ’70 Max Meazza, con i suoi Pueblo, ha accorciato la distanza tra noi e la California; i suoi riferimenti erano gli artisti che ci hanno fatto attraversare in sogno la West Coast grazie a sonorità e ad uno stile di vita en plein air che ancora oggi ha estimatori ed incalliti seguaci che, noncuranti dello scorrere del tempo, ripropongono suoni cari ad Eagles, America, Michael McDonald, CS&N, Bonnie Raitt, Bill La Bounty, Jackson Browne e Michael Franks…..

Tra questi annoveriamo il cocciuto Max, che non ha spostato di un centimetro la propria deriva musicale ed imperterrito solca le acque della costa del Pacifico che fronteggia la Southern California. Questa tenacia ci riconsegna un cantautore integro, efficace, in grado di scrivere e interpretare pezzi di rara bellezza che non sfigurano al confronto con quelli degli “originali”.

West Coast Hotel è il suo nuovo lavoro che consta di tre brani inediti, quattro ripresi dall’album Indifference of Heaven del 2002, distribuito solo via internet e rimasto pressoché sconosciuto, e quattro canzoni che comparivano sui primi album e qui riproposti in veste rinnovata.

Meazza è aiutato da una band che più grande non si poteva, basta fare i nomi di Lucio Bardi (F. De Gregori band, onnipresente alle chitarre), Calloni, Attilio Zanchi, Stefano Cerri, Claudio Bazzari, Tiziano Tononi sapientemente coordinati dagli arrangiamenti di Massimo Spinosa insomma vale a dire il gotha dei musicisti milanesi e non solo.

Sarebbero sufficienti i primi quattro pezzi per consigliarne caldamente l’acquisto, infatti The Long Goodbye, dal debutto solista, è una coinvolgente song chitarristica, che ci riporta agli Eagles più Walsh-Felder dipendenti, nella quale Bardi da prova di essere, se ancora ce ne fosse bisogno, un chitarrista di levatura internazionale; anche la nuova e delicata ballata mid tempo Bleeding, in perfetto stile Frey-Henley, presenta una band che pennella parti strumentali con grande classe; Alaska, nella quale la dolce melodia e la calda voce di Max ci colpiscono per sensibilità e profondità, potrebbe stare nel best di Bill La Bounty, è uno dei momenti più alti del disco; Summer of 71, dall’album omonimo dei primi anni ‘90, è uno dei cavalli di battaglia di Meazza, non ci si stanca mai di ascoltarla. Occorre però sottolineare anche la parte centrale e jazzata del disco nella quale troviamo anche presenze importanti in canzoni che non mancano di fascino, infatti Blue Heart è un brano splendido impreziosito dalla magica tromba di Paolo Fresu e insieme al piano di Massimo Colombo ricamano passaggi da sogno; ottimo anche il duetto con Tiziana Ghiglioni nella già nota Complicated Life (dedicata a Nick Drake), sempre con Fresu che gigioneggia, preziose sono anche le linee di basso.

Nei quattro brani che portano alla fine del disco, oltre a Watchin’ Movies, che mi piace particolarmente per le atmosfere rarefatte ed evocative che sa regalarci, si staglia la bellissima Telegram Blues, un divertissment blues appunto, giocoso e coinvolgente giocato, oltre che su di una ottima prova vocale del nostro, sulle incisive chitarre dell’ospite Tolo Marton e dell’amico di sempre Claudio Bazzari (Pueblo) che si fronteggiano in un duello di delicati ma ficcanti assoli; con questa chicca si va a concludere un disco di pregio, voluto da un soft-songwriter che unisce la sensibilità latina ad un dichiarato amore per quel paese che con questa musica ci ha lasciato una delle parti migliori di se, mi auguro che un meritato, seppur tardivo successo, premi il “più americano dei cantautori italiani”, come giustamente lo definiscono i tipi della IRD che hanno il merito di aver scoperto e prodotto Max attraverso Appaloosa e che ancora ci credono distribuendo in Italia il disco, credeteci anche voi ed iniziate bene l’anno regalandovi un lavoro che appartiene alla tipologia dei “così oggi non se ne producono più”

Gianni Zuretti   (Pubblicato su Buscadero N° 286 gennaio 2007)

P.S.: per chi scrive West Coast Hotel è uno dei pochi dischi prodotti in Italia che porterei sull’isola deserta ed Alaska è una canzone affascinante che se l’avesse scritta James Taylor sarebbe nel suo songbook.

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