Leonard Cohen – Popular Problems (2014)

Leonard Cohen
Popular Problems
Columbia     

 Ci si avvicina ad un nuovo disco di Leonard sempre con fare tremante e, per qualche verso, sospettoso, cominciando a rimirare le cover, che da subito e da sempre appaiono orrende, salvo nel tempo diventare familiari, così come accade ai quadri degli antenati appesi in bella mostra nel salotto buono. Poi “sconfezioni” l’insopportabile oggetto di plastica (gesto ributtante che compi ormai da 32 anni) ed inizi ad ascoltare. Se ti riesce ad avvicinarti prendendoti il tuo tempo, così da “entrare” anima e corpo in un disco di Leonard Cohen, allora accedi ad un’esperienza sensoriale completa, coinvolge tutti i sensi di cui siamo dotati, è come varcare la soglia di una fumeria d’oppio nella penisola indocinese, l’aria si taglia con il coltello, le movenze dell’umanità che la abita sono ridotte alla moviola, gli sguardi sono sghembi, pericolosamente ammiccanti e misteriosi, in pratica è come stare in un girone infernale, ma con il passare dei minuti gli occhi diventano languidi, gli odori si trasformano in profumi e si fa strada il sentimento di sentirsi a casa, una casa in cui staziona un’entità superiore, che mette soggezione, malìa, pace e benessere.

Ecco, anche questa volta, con Popular Problems, album con cui l’80enne canadese si concede la festa di compleanno (la cui uscita il giorno dopo è insieme scaramanzia e autocelebrazione), Cohen ci spiazza e si esibisce nel suo nuovo coup de théâtre, ci blandisce mettendo avanti una modernità di prima intenzione, quasi a compiere un fallo di confusione, atto che in realtà intende coprire un’arte che invece si ripete, uguale a sé stessa, praticata lungo una vita da poeta, songwriter, intellettuale che si propone con le stesse modalità di sempre, ovvero attraverso la sua magica voce, la parola dotta e la musica di grande fascino e sostanza.

Il disco è magnifico, è corto (36 minuti) ma possiede il colpo da knock-out, tipico del pugile che non ti concederà mai, neppure sotto il peso degli anni, di finire il match sulle tue gambe. Dentro troviamo il vocabolario enciclopedico del letterato di classe, canzoni che trattano di amore, guerra, vita, violenza, religione e morte affrontati grazie ad una penna che pare un laser, tanto è rapida, leggera, capace di una sintesi non comune, quasi fosse uno scalpellino che con sicurezza e pochi colpi ben assestati sbozza il blocco di marmo, peculiarità che lo ha sempre contraddistinto nel corso di quasi sessant’anni di carriera.

Jazz, folk, blues, soul, gospel e pop di alto bordo, sono le armi usate nell’arrangiare i brani, a questo proposito risulta interessante e sorprendente la bella produzione di Pat Leonard (Madonna?!) che si avvale dell’utilizzo di strumenti e soluzioni moderne e meno usuali per la sua musica, queste sono quelle novità di cui si diceva in apertura, ecco allora che spuntano in sequenza irresistibile il blues secco dell’iniziale Slow, con gli strumenti che entrano uno alla volta a supporto del baritono più bello del reame (solo Greg Brown può competere), Almost Like The Blues, a dispetto del titolo, è un grande brano nella tradizione coheniana, ha un testo drammatico “Ho visto gente morire di fame / Eccidi, stupri / I villaggi bruciati / E loro in fuga / Non potevo sostenere i loro sguardi / Fissavo i miei piedi / Era acido, era tragico / Quasi come il blues” , possiede movenze quasi new wave (per quell’uso del piano) e sembra uscire da I’m Your Man, Samson In New Orleans, evocativa, violino, tastiere, doppia voce e coro al femminile, è stata concepita ai tempi di Katrina, mentre Did I Ever Love You, è una canzone d’amore, leggera come una farfalla, in cui l’aspra voce quasi strozzata di Leonard si sdraia tristemente sulle note di piano ma contrasta piacevolmente con le accelerazioni folk pop del coretto femminile, My Oh My è un altro pezzo da novanta, in perfetto Memphis style, un soul-R&B lentissimo, in Nevermind il blues, introdotto da tastiere sintetiche rifà capolino ma è imbastardito da movenze arabeggianti nel cantato che intarsiano un talkin blues affascinante, Born In Chains è una preghiera, a metà tra un valzer lento e un gospel, di inafferrabile bellezza, e infine la chiusura straordinaria con You Got Me Singing è un brano folk che mette i brividi per la sua delicatezza e una melodia che, ne siamo certi, diventerà uno degli standard “da accendino” là dove il maestro di Montreal potrà portarla sul palco.

In questi tempi una delle parole più abusate nella politica, ma non solo, è “bellezza” , ebbene, se dovessimo usare un termine di paragone che tutti nel mondo possono comprendere, quasi fosse una sorta di esperanto, potremmo descriverlo alludendo all’arte di Leonard Cohen, una bellezza pura e assoluta. Popular Problems è un grande album, forse tra i migliori di una carriera infinita nella quale Cohen si è dosato tanto, producendo musica solo quando aveva cose da dire e cuori da trafiggere, ma sarà il tempo a decidere quanto queste nove poesie-canzoni faranno breccia e resteranno, certo è che siamo al cospetto di un lavoro che ad ogni ascolto ti sfiora e ti abbatte come un missile patriot, ti intacca lo spirito e tutti i sensi.

Leonard Cohen prosegue il suo corso, lento ma con passo sicuro, imperterrito e indifferente rispetto all’età che avanza, mentre, come si intuisce nella cover, la sua ombra lo insegue, tre ombre più indietro, ma lui è un gigante in black & white, dal sorriso benevolo ma anche un po’ irridente, mitico e irraggiungibile. Per fortuna il canadese ha detto che, finché gli sarà concesso dal pubblico e dalla sua efficienza fisica, continuerà a fare questo mestiere, con grande gioia per tutti noi.

Gianni Zuretti

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