Elvis Perkins – I Aubade (2015)

Elvis Perkins
I Aubade
MIR Records

 Dopo un’assenza di quasi sei anni, periodo in cui, per suo stesso dire, Elvis Perkins, ha voluto vivere la vita del quotidiano comune, negandosi pure all’esposizione della rete ad ogni livello, eccolo tornare con il terzo album, I Aubade, un titolo singolare e evocativo che pare si riferisca al momento dell’abbandono tra gli amanti quando, dopo una notte d’amore, si lasciano al sorgere del sole. Questo è un album assai diverso dai precedenti, specie rispetto a quello di debutto Ash Wednesday (2007), che possedeva un’anima folk-indie-rock che ci aveva favorevolmente impressionato, qui viriamo verso uno scarno folk alternativo, molto lo-fi (è stato registrato con un 4 piste in ambienti che vanno dalla stanza d’albergo, alla casa di Perkins, ad una roulotte), racimolando in due anni cose scritte in questo periodo probabilmente utilizzato a “rimettere le cose a posto” in una vita tanto devastata dalle disgrazie (il padre, l’attore Anthony, morto di AIDS e la madre Berry Berenson, modella e fotografo, tragicamente scomparsa tra i passeggeri del volo schiantatosi nella torre nord l’11 settembre), lo fa con un musica che sta, per certi aspetti, tra Devendra Banhart e Sufjan Stevens.

La voce di Elvis si aggira melodiosa e fragile, a volte pare sul punto di rompersi, tra le spire che escono dal suo giocattolificio strumentale, si impiega qualche minuto a leggere l’elenco degli strumenti suonati da Elvis (oltre trenta), aggeggi che salgono e scendono dalla sua giostra musicale, solo apparentemente in modo casuale, in realtà lo fanno con una logica di arrangiamento ben precisa che ti prende e ti avvolge in un delicato e incessante divenire. Rispetto ai primi due lavori, carichi di dolore e malinconia, qui osserviamo una maggiore solarità, forse il suo pubblico della prima ora potrà restare un po’ spiazzato in quanto mancano “le canzoni” come Doomsday oppure Shampoo, tratti da Dearland (2009), o While You Were Sleeping o Ash Wednesday dal primo album, pezzi che si fanno memorizzare e apprezzare con maggiore immediatezza, al contrario questo è un disco risultato di un amalgama di suoni, ogni brano pare una breve e delicata suite ed impiega un po’ ad arrivare a segno, diafane melodie minimaliste che è necessario ascoltare ripetutamente per permettere, ad ogni ascolto, di scoprire sonorità e leggerezze compositive compiute.

Sul punto, caso più unico che raro, pare difficile segnalare con sicurezza un brano specifico, dovendoci provare forse si possono consigliare l’orecchiabile folk di & Eveline, o l’ipnotico falsetto di I Came for Fire o la conclusiva Wheel in the Morning per i suoi echi Beatlesiani, ma senza dubbio l’indicazione migliore è di ascoltare e riascoltare, infatti, I Aubade fa parte di quei dischi che sono legati alla sensibilità individuale coniugata al momento di ascolto, potresti lanciare lontano il CD oppure farlo girare di continuo nel lettore (opzione sulla quale scommetterei) e proprio per questo potrebbe essere un album spartiacque che comunque resterà nella discografia di questo cantautore che ritenevamo perso ed invece è presente sotto nuove spoglie. Sarà interessante capire dove andrà a parare in futuro, sperando che lo faccia con tempi più spediti.

Gianni Zuretti ( Pubblicato su Buscadero N° 377 marzo 2015 )

https://www.youtube.com/watch?v=anbSHTHZbpc

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